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Cultura, Tricase

ACAIT: “RIPRENDIAMOCI TUTTI INSIEME UN PEZZO DI STORIA CHE CI APPARTIENE E RICOSTRUIAMOLO

di Elisabetta Musaro’

In questi ultimi giorni, il silenzio dell’ACAIT è ancora più assordante di quanto non sia stato negli ultimi anni. Un silenzio interrotto da qualche scricchiolio, un silenzio che parla, urla. E parla di storie di vita, di sacrifici, di dignità, di lavoro, di sfruttamento, di lotte, rivendicazioni, rivolte e anche di morte.

E’ un silenzio che obbliga ad una riflessione, ad un ricordo, una rievocazione di quella che è la nostra storia, la storia dei nostri nonni, dei nostri genitori.

“Siamo nani sulle spalle di giganti”. E se i nostri giganti iniziano a crollare, non crolliamo anche noi, insieme a loro?
Il bello di questa storia è che possiamo immaginarla più di quanto si possa fare con quella raccontata dai grandi libri, possiamo toccarla con mano, quasi riviverla nelle strade del nostro paese, in quel grande magazzino che sta cadendo a pezzi, nelle case e nei ricordi delle nostre nonne. Ha un volto questa storia, anzi centinaia di volti, centinaia di nomi e cognomi che ci sono familiari.

Il Consorzio Agrario del Capo di Leuca, solo successivamente divenuto Azienda Cooperativa Agricola Industriale di Tricase, nasce nel 1902 a causa dell’inasprirsi della crisi agraria di fine ‘800. Fu l’on. Alfredo Codacci Pisanelli, in particolare, ad individuare nella coltivazione e nella lavorazione del tabacco una risposta alla cirsi dell’economia salentina.

Le vere protagoniste, però, sono le donne, le nostre mamme, le nostre nonne che ancora oggi riescono a scandire perfettamente tutte le fasi della lavorazione del tabacco, di quella vita “al magazzino” che era simbolo di riscatto, di dignità, di lavoro e che ci permette di smentire troppi stereotipi che collocano il Salento nel quadro di un Sud Italia statico, immobile, lento.

Queste donne ci raccontano, invece, storie di vita vissuta in cui traspare la fatica, la stanchezza, il lavoro che ha lasciato il segno sui loro corpi oggi ormai troppo fragili, che si trascinano dietro anni e anni di lavoro in fabbrica, ma non solo, perché, dopo il magazzino, si spostavano tutte in campagna e poi la sera a casa, per dedicarsi ai figli, alle faccende domestiche, alla cucina.

La loro vita lavorativa era scandita da un solo suono, quello della sirena alle 7.30 del mattino, che indicava il momento di presentarsi in fabbrica e, per chi arrivasse in ritardo, non era ammessa nessuna scusante: la giornata di lavoro andava persa. In fabbrica non si parlava, si lavorava in religioso silenzio, pena la sospensione per il giorno di lavoro successivo da parte della “mescia”.

A meno che, a fine giornata, non si andasse dalla stessa maestra a chiedere perdono per la parola di troppo o per una risata innocente. Non si poteva introdurre cibo o masticare una caramella e allora l’unico rimedio era nascondere “pane e cunserva” sotto al grembiule del magazzino. Una vita militare, insomma.

Eppure il Consorzio, dava lavoro e pane non solo a tutte le operaie, ma anche a centinaia di coltivatori. Motivo per il quale, in pieno periodo fascista, quando il Ministero delle Corporazioni delibera lo scioglimento del suo consiglio di amministrazione e, di conseguenza, l’accorpamento al Consorzio di Lecce, ha luogo a Tricase un fatto tanto eclatante quanto rivoluzionario passato alla storia come “la rivolta di Tricase”. Il 15 maggio 1935 tabacchine e contadini si ribellano e, nell’atto stesso della ribellione, entrano nella storia.

Uniti dalle sofferenze, dai soprusi, dalla fame, dall’ingiustizia, prendono coscienza del loro valore, scendono in piazza con la loro storia e la loro rabbia e manifestano, nonostante il fascismo. Nesca Maria, Panarese Pierino, Panico Cosima, Rizzo Pompeo e Scolozzi Donata quel giorno hanno perso la vita “per la difesa dei diritti del proletariato tricasino”, come si legge nella targa commemorativa a loro dedicata.

E allora quando passiamo oggi da quel magazzino e ne guardiamo le macerie lì, per terra, fermiamoci un attimo e domandiamoci cosa ha significato quel posto per la nostra storia, per il nostro paese, per chi ha pagato con la vita la sua difesa, per chi ha avuto il coraggio di urlare in piazza e di scioperare ed anche per chi, senza fiatare e senza mangiare, era lì puntuale alle 7.30 ogni mattina, per portare a casa un pezzo di pane.

Nella consapevolezza che tutte queste persone meritino di entrare nella storia al pari delle grandi personalità che non manchiamo di celebrare, del forte valore simbolico, storico, affettivo dell’ACAIT per il nostro paese e che cercare a tutti i costi un colpevole di quanto accaduto è giusto, ma non di primaria importanza, riprendiamoci tutti insieme un pezzo di storia che ci appartiene e ricostruiamolo per poterci sedere, comodamente, sulle spalle dei nostri giganti e poter guardare così, dall’alto, verso il nostro futuro.

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