Ambiente

ALFREDO DE GIUSEPPE: “L’AUTUNNO DEL PIANETA”

Quest’autunno del 2015 ha definitivamente indicato che siamo di fronte a delle scelte fondamentali per la vita dell’uomo e del pianeta che abita (forse immeritatamente).

Prima erano ipotesi da scienziati non allineati, speculazioni ideologiche di politologi attenti, oppure opera della sfrenata fantasia di scrittori di fantascienza: ora sono cronaca quotidiana, conferenze degli uomini più potenti, notizie che si accavallano nel flusso incessante dei social network. Dobbiamo scegliere, forse tutti insieme, almeno su due cose imprescindibili: 1) vogliamo continuare ad inquinarci? Vogliamo vivere come in certe città della Cina, Pechino compreso, dove bisogna portare la mascherina per uscire di casa, dove la mascherina non basta più e una nebbia maleodorante, gialla, ha invaso l’intera vita di ognuno? 2) vogliamo radicalizzare gli scontri geo-economici-religiosi che attanagliano le vite di intere nazioni, di interi popoli? Vogliamo che gli attentati di Parigi diventino la consuetudine quotidiana in ogni città del mondo, nessuna esclusa?

Gli scenari delle due questioni sono davvero apocalittici e se non lo sono nel senso della completa distruzione dell’umanità, lo sono nel concetto della definitiva trasformazione della convivenza fra umani per come fin qui l’abbiamo cullata, amata, desiderata. Da un lato un pianeta surriscaldato a causa della emissioni di gas nocivi, costretto a vivere nel sottosuolo (che si alimenta attraverso enormi condizionatori che prendono aria ad almeno duemila metri d’altezza) e che vede gran parte delle terre emerse essere invase dal mare innalzatosi fra i cinquanta e i cento metri. Dall’altro lato un sistema di terrorismi incrociato che fa vivere le masse nella paura più profonda, con case vissute come fortezze inespugnabili, controlli esasperati in ogni luogo, città dove si potrà mangiare una pizza superando una decina di check-point, viaggiare quasi impossibile e si potrà parlare con gli altri solo attraverso strumenti registrabili (niente incontri casuali a prendersi un caffè).

Obama da qualche mese sta ribadendo in ogni discorso pubblico che i Governi del mondo hanno pochi anni, forse pochissimi, per tentare di salvare il Pianeta. Forse ha dei dati in suo possesso così allarmanti che non possiamo neanche immaginare, oppure alla fine del suo mandato sta tentando di lasciare il segno, cercando di trascinare tutti i governi verso l’assunzione di una responsabilità ambientalista che mai nessuno ha veramente mostrato (USA in primis).

Ora la conferenza di Parigi sul clima ha sancito che ogni Paese si impegna per la parte che può, nei limiti imposti dalla crescita di ogni singola economia, una soluzione che non risolve nessun problema. Tanti discorsi ampollosi, anche preoccupati, ma nessuna decisione, nessuna scelta radicale e globale che possa sancire l’inizio di una nuova epoca. Un segnale di vero cambiamento sarebbe stato, ad esempio, approvare una regola che le prossime auto (e camion) dovranno essere tutte ibride, dopo un po’ di anni tutte elettriche, la cui energia per alimentarle e ricaricarle potrà ricavarsi solo da elementi naturali (sole, vento e mare). Dalla civiltà delle auto, dal nostro sfrenato consumo di fossili che siamo costretti a fare ogni giorno, può partire la vera rivoluzione ambientale. Una regoletta semplice, ma che contrasta un business enorme e che nessuno ha sentito il dovere di avanzare, neanche Obama, e neanche Renzi che in genere propone tutto e poi anche il suo contrario. Immaginarsi poi l’interesse di alcuni leader come il turco Erdogan o le famiglie che controllano il Golfo Persico, che fanno affari solo col petrolio, anche quello di contrabbando o gestito dall’IS.

Allo stesso modo gli attentati terroristici, le reazioni di intere città come Parigi e Bruxelles sono stati l’ennesima dimostrazione dell’attuale volatilità del modello occidentale basato da secoli sulla convinzione che la sua ricchezza non possa essere messa in discussione da altri popoli poveri e prigionieri di terribili dittature. Da una parte noi felici consumatori di risorse, eleganti nelle nostre vite piene di arte, musica e pullover firmati e dall’altra uomini affamati di tutto che ci vedono come i veri usurpatori delle loro ricchezze, delle loro vite. La radicalizzazione di queste due idee sarà la cosa più terribile che ci possa accadere. Oggi ci vorrebbe una seria riflessione dei governanti, ma anche dei popoli che li eleggono, intorno alle ricchezze del pianeta, quali sistemi adottare per ridistribuire il reddito mondiale, affare sempre più urgente con l’avvento della tecnologia che informa in contemporanea miliardi di persone.

Ci sono stati in quest’autunno molti segnali terribili, molti avvenimenti decisivi, ma dobbiamo annotare anche qualche messaggio di speranza: la laicità della famiglia Solesin che, nel momento del massimo dolore per la morte della figlia Valeria per mano terrorista, ha voluto affermare come l’ateismo accompagnato dall’amore per l’uomo e la natura possa essere un viatico per risolvere problemi atavici di convivenza fra culture diverse; la scelta dell’ottantacinquenne Umberto Eco insieme ad altri dieci attempati intellettuali italiani di fondare una nuova casa editrice “La Nave di Teseo” per sfuggire alla concentrazione editoriale sotto la guida della famiglia Berlusconi (“Perché il Progetto è l’unica alternativa alla Settimana Enigmistica, il vero rimedio all’Alzheimer” ha detto Eco). Poi via via altre piccole pillole di speranza, l’Inter e il Napoli in testa alla classifica, la Curia Romana in difficoltà, noi che in libertà possiamo ancora scrivere ciò che vogliamo, che possiamo pubblicare nell’ultimo giornale di provincia senza censure e senza stress da competizione, che possiamo assaporare ancora la salsedine della prima grande mareggiata di novembre.

su 39° Parallelo – Dicembre 2015

Alfredo De Giuseppe

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