La battaglia del re del caffè Antonio Quarta a difesa di salute e ambiente: «Ecco perché non voglio produrre il caffè in capsule».

In un’intervista rilasciata alla giornalista Leda Cesari il dr. Quarta richiama l’attenzione sulla pericolosità degli ftalati contenuti nelle capsule del caffè, distribuito dalle macchinette.
L’imprenditore leccese rilancia i dubbi espressi dall’endocrinologo Carlo Foresta sugli “ftalati” nel corso di un convegno tenutosi a novembre scorso a Lecce.

Per il re del caffè salentino sarebbe auspicabile a questo punto una legge per rendere i consumatori edotti su dove cominci il pericolo, ovvero specificare la soglia oltre la quale l’effetto accumulo di una serie di sostanze nocive diventa un problema serio per la salute.

Antonio Quarta è il titolare di uno dei marchi di caffé tra i più amati in tutto il Sud ed è alquanto allarmato dai dati del convegno “L’infertilità di coppia: dalla medicina generale al centro Pma”, nel corso del quale il professore salentino Carlo Foresta (ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Padova) ha lanciato l’allarme circa il contenuto di ftalati in una delle bevande più diffuse al mondo – il caffè – e in particolare nei preparati commerciali predosati in capsule. Risultati emersi da un recente studio del gruppo di ricerca guidato da Foresta, in collaborazione con il Cnr.

«Gli ftalati – ha ricordato Foresta – sono agenti chimici aggiunti alle materie plastiche per aumentarne la flessibilità. Sono ovunque ma non ce ne accorgiamo, e svolgono un’ azione simil-estrogenica nel nostro organismo; secondo recenti ipotesi aumenterebbero l’incidenza di patologie andrologiche e cancerogene, come osservato negli ultimi vent’anni».

In diverse specie animali gli ftalati modificano il funzionamento del sistema riproduttivo, ha continuato Foresta, «e sono ritenuti anche per l’uomo tra quei contaminanti che possono agire negativamente sulla fertilità». Sorprendentemente tutti i prodotti testati, dalle capsule in alluminio a quelle in plastica e materiale biodegradabile, si sono rilevati capaci di rilasciare gli ftalati nel caffè: «Non vogliamo demonizzare nulla – ha precisato Foresta – anche perché le concentrazioni riscontrate sono nell’ambito di range consentiti. Ma dev’essere considerato che anche attraverso questa contaminazione si contribuisce al raggiungimento dei valori soglia segnalati come nocivi dalle autorità sanitarie nazionali e interazionali». Certi effetti, dunque, si sommano, «e noi siamo la somma di queste esposizioni. Quindi sarebbe importante cercare di capire se, nell’arco della giornata, si superino i limiti dell’assunzione, il che aiuterebbe anche a decidere in che modo eventualmente limitarla», ha concluso Foresta.

Subito seguito da Antonio Quarta: «Questi risultati si sommano allo speciale di “Report” sui danni della plastica e con altre ricerche analoghe in corso in Francia, in Spagna. Spesso dimentichiamo infatti che la plastica è un derivato del petrolio. La migrazione delle sostanze pericolose per la salute umana, ormai è certo, avviene già a freddo: figuriamoci con gli 80-90 gradi che servono per estrarre un caffè. È come cucinare la pasta con tutta la busta». Della plastica meglio non abusare, anche perché inquina: “Troppo packaging”. Soprattutto quando si parla di alimentazione e di ambiente: le capsule sono infatti un rifiuto speciale, conclude Quarta: «A volte i miei colleghi mi dicono che non sono un bravo imprenditore perché non metto davanti a tutto le ragioni del fatturato, ma io preferisco privilegiare la qualità delle nostre miscele, e soprattutto la salute dei nostri consumatori salentini e l’ambiente. E in ogni caso perché non fare una legge che eviti le diciture ambigue, tipo “entro le dosi consentite” – che poi non si sa quali siano – e spiegare esattamente alla gente quale sia la soglia oltre la quale la plastica e l’alluminio diventano pericolosi?».