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Cultura, Musica

BANDINI E LE SUE EMOZIONI CLANDESTINE

Bandini e le sue emozioni clandestine
di Simone Coluccia

Esco di Radio – Mondoradio Tuttifrutti – Fonte notizia: www.coolclub.it

Bandini, al secolo Gigi Cosi, è un cantautore salentino nato “sul mare” e trapiantato a Torino, dove vive all’ombra delle Alpi. Il suo primo album (uscito a Dicembre e presentato alle Officine Corsare di Torino) si chiama “Per colpa di emozioni clandestine” ed è una raccolta di 10 tracce che raccontano la sua musica attraverso un acquerello di suoni e sensazioni. Suona la chitarra da autodidatta e scrive i suoi testi. Il suo album parte e si conclude in malinconia (con “Perfetti” e “Sul tetto”). Nel mezzo, un carosello di parole e di musica che incuriosisce e spiazza l’ascoltatore perché si passa da brani freschi e spensierati come “La macchina danzante” all’ironia di “La Nuova età del Jazz”. C’è poi una sorta di tributo al contrario ne “Il tempo dell’inchino” brano nel quale Bandini riesce a ripercorrere in una poesia, quasi drammatica, i momenti del naufragio del “Giglio”.

Da grande volevi cantare. Missione compiuta. Il tuo primo disco è un arrivo? Un punto di partenza? O tutto insieme?

Bella domanda. Questo disco racchiude tutte le mie esperienze artistiche degli ultimi anni, quindi da un lato possiamo considerarlo l’arrivo di un percorso partito da lontano: c’è dentro il bambino che bazzica in radio a quattro anni, il ragazzetto che inizia a suonare il piano, l’adolescente che impara da autodidatta la chitarra e scrive le prime poesie, iniziando a mettere per iscritto nelle forme più svariate quel che vede e sente, da quegli “anni giovani” in poi. Se tutto questo un giorno si è condensato dando vita al Bandini cantautore, è perché ho sempre approcciato la vita pensandola come un lunghissimo viaggio, con tante tappe intermedie, ma continuo. Non mi sono mai sentito arrivato anzi, per dirla alla Kavafis, mi sono sempre augurato e tutt’ora mi auguro che la strada sia lunga. Per cui non posso non dirti che questo album è anche (e soprattutto) un punto di partenza. Quindi la terza che hai detto.

Cosa sono le emozioni clandestine? E come si mettono in un disco? La “ricerca della bellezza” ha un ruolo fondamentale nel tuo percorso. Quanta bellezza hai trovato sulla tua strada che ti ha portato alla pubblicazione di questo lavoro?

Ho sempre cercato di cogliere la bellezza di tutte le cose, contenerne il più possibile, vivere tutti i momenti fino in fondo, testimoniare la mia esistenza su questo pianeta, tanto che sempre più spesso mi capita, di fronte a certi fatti o personaggi, di sentirmi un alieno. Qualche anno fa ho pensato che la formula “emozioni clandestine” racchiudesse un significato profondo e potesse esprimere al meglio la natura di tutte quelle emozioni che oggi sono – a mio parere – sempre più rare: in un mondo in cui spesso siamo merce di scambio per sedersi al tavolo delle superpotenze, agire per onorare la vita, i sentimenti, le amicizie, l’amore, equivale a essere una variabile impazzita, quella che bussa ai confini, che disturba la finta quiete, squarcia il perbenismo e mette in ridicolo l’ipocrisia. Le emozioni fanno paura, e quando il nemico ha paura, è più facile da colpire. Le canzoni sono le mie speciali armi personali. Non c’è una formula precisa: i versi quando arrivano bussano e si accomodano, la musica idem. E quando sono un certo numero e si chiude un cerchio, lo senti che sono pronte per stare tutte insieme in un disco.

Il tuo è un album “vario”. Cioè, non è un disco rock, non è un disco folk e nemmeno swing. Aiutaci!

È vero, il disco è un insieme composito di generi e approcci musicali. Ho lavorato in questa direzione consapevolmente perché assieme ai produttori abbiamo deciso di vestire le canzoni in maniera originale, con abiti freschi, evitando quella certa retorica di un cantautorato classico che mi è caro ma che non volevo imporre per forza all’ascoltatore. E mentre gli arrangiamenti che possiamo ascoltare venivano fuori, ci siamo resi conto che questa “epifania” mostrava frutti interessanti, e ci siamo convinti che l’approccio era quello giusto. Sono di parte e comunque non sta a me dire che abbiamo scongiurato il rischio altissimo di fare un guazzabuglio senza ne’ capo ne’ coda, ma – a giudicare da quel che mi hanno detto e scritto – per ora possiamo considerarlo un “azzardo” ben riuscito.

Ci dici quali sono “quelli bravi e quelle brave” che ascolti?

Altro domandone da cento milioni di dollari, perché per risponderti esaustivamente dovrei prendere una settimana di ferie! Lasciando perdere l’elenco dei mostri sacri del cantautorato italiano (e non) che sono stati e sono praticamente i miei “libri di testo”, ti dico brevemente che potrei citare tantissimi artisti che mi hanno fatto pensare “che bravo” o “che brava” durante il loro ascolto, e questo l’avrai potuto notare dalle molteplici influenze di stile che sono presenti nel disco. Ma oggi mi sento di fare delle menzioni d’onore, perché ultimamente ho avuto modo di scoprirli o riscoprirli o ascoltarli o suonarli live, e quindi ti dirò: nella mia playlist oggi ci sono Rino Gaetano, Vinicio Capossela, Tim Hardin, Bruce Springsteen… ti basta?

Bandini è accompagnato dalla Bandina….
Partiamo dal disco, per il quale ho avuto l’opportunità di lavorare con alcuni dei migliori musicisti del panorama torinese come Gipo di Napoli alla grancassa, i fiati di Bandakadabra, il chitarrista Matteo Negrin, senza dimenticare le partecipazioni vocali di Ila Rosso e Luciano De Blasi che duettano con me in due brani. Questo ha di fatto aumentato la qualità e quella varietà di stile di cui si parlava senza farci peccare di manierismo. Vi invito caldamente, per capire di cosa parliamo, a seguire i percorsi dei maestri appena citati. Per quanto riguarda la vera Bandina (quando ho inziato a portare in giro le mie canzoni ho affibbiato questo nomignolo alla banda di sciagurati che mi seguono nei concerti) devo dire che è da sempre una formazione molto eclettica e variabile: ad esempio in questo periodo stiamo preparando una scaletta per girare qualche club o locale in formazione più ridotta e acustica rispetto alla presentazione del disco.

Da cantautore Salentino che vive in Piemonte, qual è il tuo giudizio sul “momento” musicale/culturale che sta vivendo la Puglia?



Vedo le cose da lontano quindi parlo dell’impressione di un emigrante che ha lasciato un pezzo di cuore laggiù ma che non dimentica le radici, e che quando torna si confronta spesso con attori di questo momento. Sono convinto che anche prima del “boom” ci fosse un milieu culturale interessante, altrimenti non sarebbe poi esploso quando – grazie al traino della musica popolare – la Puglia ha smesso di essere per certi versi una regione sul sussidiario per diventare un vero e proprio luogo da scoprire, visitare, conoscere. Probabilmente anche un certo tipo di vergogna, una qualche forma di pudore, ha impedito questo processo di autoriconoscimento della propria storia, e con essa della propria terra e delle tradizioni. Forse oggi questa strana sudditanza comincia a svanire e il fenomeno culturale prova a costruirsi un percorso netto e definito, talvolta anche con rivendicazioni di spazi dal basso, vedi la storia della difesa di Palazzo Comi (che conoscerai bene). Ma non bisogna dimenticare che siamo sempre noi gli artefici di questi successi, e nemmeno la regia più illuminata può fare la storia senza degli attori protagonisti.

C’è un artista Salentino o Pugliese (o più di uno) che segui in particolare e che ti piace?

Ti faccio subito due nomi che mi riportano ai teneri ricordi del liceo, perché sono due miei compagni di scuola. Il primo nome che ti faccio, e mi viene quasi naturale dopo il discorsone di cui sopra, è un poeta e non un musicista, ed è Matteo Greco. Scrive poesie bellissime, ma oltre a questo ha sempre creduto nelle potenzialità della nostra terra, perché è sempre stato è un cantore della bellezza. Il secondo ma non meno importante, altra vecchia conoscenza, è Massimiliano De Marco, musicista dei Kalascima che non sono certo io quello che deve raccontare cosa stiano combinando in giro per il mondo. Altri punti di riferimento: Angelo Litti, che ogni volta che prende in mano il tamburello e si mette a cantare ci porta in un’altra dimensione, credo che in tutta Torino non ci sia un artista come lui. Stanno avendo il successo che meritano anche il pianoforte di Roberto Esposito e il contrabbasso di Luca Alemanno. E per ricondurci un po’ al mio filone, quella cantautorale, seguo con piacere anche Mino De Santis. Mi fermo qui anche se potrei andare avanti, dicendoti che sono convinto che se ogni dieci pugliesi ce fosse uno come loro, probabilmente parleremmo non di un’altra regione ma addirittura di un altro mondo.

“Il tempo dell’inchino” è una sorta di tributo al contrario. Lo sai che se mai dovessimo fare una crociera insieme ti chiederò di cantarla?

Dato che l’ultimo che si vantava di aver cantato in crociera sappiamo cosa ci è costato, diciamo che va bene, ma a una condizione: improvvisiamo uno show appena sbarcati. E comunque guido io.

Simone Coluccia
Esco di Radio – Mondoradio Tuttifrutti – Fonte notizia: www.coolclub.it

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