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Cultura, Politica

DE GIUSEPPE: IL FUTURO DA PASOLINI A CALDEROLI.

Gira in Internet un video dei primi anni settanta di P.P. Pasolini che parla su una spiaggia ventosa dell’omologazione degli italiani, della società dei consumi che ha fatto perdere identità secolari, che ha sperperato risorse, territori e cultura. Non sono certo io a scoprire che oggi l’Italia avrebbe bisogno di Pasolini, fosse anche un altro Pasolini, per uscire dall’omologazione delle mode, dall’omologazione delle politiche, dalla retorica mediatica della rabbia.

La nuova politica avrebbe bisogno di un intellettuale come lui, e invece ci dobbiamo accontentare della bella presenza di Boschi, dei distinguo sempre più sottili di Bersani e dei dalemiani, delle porcate di Calderoli, delle ruspe di Salvini, delle poesie di Vendola e delle polemiche sulle sue pensioni. O al massimo del grillino Di Maio che non vanta di essere uno studioso ma il merito di apparire il più moderato del suo gruppo e quindi naturalmente portato alla leadership. La nuova politica dovrebbe non solo interpretare i sentimenti e la pancia dell’italiano che vota oggi, ma progettare i prossimi cinquant’anni, immaginare il futuro di chi ancora deve nascere. Il progetto di una nazione che ricca di tutto si scopre povera in ogni suo aspetto, dove non si progetta il nuovo, si gestisce l’emergenza del quotidiano. Un’emergenza nata da una modalità di governo dissennato che parte dagli anni di Pasolini e continua oggi, quasi senza limiti di continuità.

Non c’è una nuova architettura in questo paese, siamo fermi indelebilmente al passato, ma non a quello di Brunelleschi e Bernini ma a quello delle pensiline degli anni settanta, alle case popolari degli anni ottanta, a quello delle superstrade degli anni novanta. Non c’è nuova architettura nelle nostre città, che se va bene, a malapena conservano le bellezze del passato.

Ad esempio in tutto il Salento i centri storici hanno avuto un certo risveglio grazie a finanziamenti, restauri ed eventi culturali mentre le periferie non hanno nessun tipo di assistenza. Lì potrebbe svilupparsi la nuova architettura, l’arte moderna potrebbe riformulare il paesaggio degradato con tanti concorsi di idee, coinvolgendo i nostri giovani ma anche i professionisti che hanno rimesso al bello Barcellona, Berlino e tante altre città del mondo. Tiggiano è meglio di Montesano o Andrano ma anche Tiggiano ha decine di case non completate, periferie rattoppate, piazze indecenti e scempi nelle campagne. Nell’Italia del Sud non si salva nessuno, abbiamo messo mano in ogni luogo e il tutto, nella folle corsa antropomorfa, è stato volgarizzato.

Dobbiamo prendere consapevolezza che gli ultimi cinquant’anni (Pasolini alla sua epoca diceva dieci) sono stati devastanti e quindi dobbiamo cominciare da lì: abbattere qualcosa, colorare qualcos’altro, modificare tanto, rendere il tutto armonioso con le pietre che ci circondano, con l’azzurro del mare, con il rosso della terra e il verde degli ulivi. Le nazioni, le città che sono intervenute coerentemente rispetto al loro ambiente (metropoli, città di mare, paesini di montagna e rurali) hanno una seria, costante e ricca presenza turistica. Non è un caso che Berlino abbia più visitatori di Roma che pure possiede un patrimonio storico-artistico cento volte superiore alla capitale tedesca, ma questa in pochi anni ha saputo diventare meta dei ragazzi, degli appassionati di musei, di musica e di architettura.

Riordinare il nostro paesaggio è probabilmente il primo passo per rimettere in sesto questa nazione. La qualità della vita delle persone è deturpata dalla bruttezza in cui vivono, la voglia di fuga è sempre più forte se abiti dentro cubi orribili, la difficoltà di immaginare un cambiamento sempre più alta se non vedi neanche la riparazione della buca sulla tua strada.

L’Italia, il Salento hanno bisogno di un nuovo Rinascimento: non puoi dire di avere il mare più bello e buttarci dentro di tutto compreso gli scarichi dei nostri depuratori (quasi tutti non funzionanti al meglio); non puoi occupare tutto, ma proprio tutto il suolo comunale con asfalti, case e scavi; non puoi progettare nuove cose senza fare un’attenta analisi storica, sociologica e futuribile del territorio (in molti Comuni, come Tricase, non c’è mai stato un Piano Regolatore!!). D’ora innanzi si dovrebbe pensare a come integrare ferrovie e mezzi leggeri, come farci  muovere senza distruggere, come farci stare bene senza divorarci l’un l’altro… Ma questo vasto programma non può essere affidato a gente come Calderoli o come Verdini e neanche ai renziani senza ideali, forse neanche a quelli che si incazzano per la virgola e hanno dimenticato di leggere l’intero libro. Può diventare sistema di governo quando tutti noi lo vorremo, fuori da nomi e cognomi.

Articolo pubblicato su 39° Parallelo – ottobre 2015 (concessoci dall’autore)                                                                                                                                                                                                  Alfredo De Giuseppe

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