Agricoltura, Ambiente, Cultura, Salento, Territorio, Turismo

ECOLOGIA, ARTE E LAVORO, COSI’ RINASCE IL SALENTO.

Un Parco agricolo. Un manipolo di giovani. Finanziamenti pubblici. Ed energie private. Per rilanciare un’area abbandonata partendo dalle tradizioni, come l’olio. Arrivando all’ospitalità diffusa, ai rifugi biodegradabili, alle sculture di alberi e agli itinerari in bici. La storia del progetto italiano candidato al Premio europeo per il paesaggio del 2015

Da area abbandonata a modello da seguire; da «rimorso collettivo» a «successo condiviso»; da terra povera, provinciale e periferica a piccolo motore di un rilancio straordinario, fino alla candidatura al “ Premio europeo per il paesaggio ” del 2015. È il Parco agricolo di Paduli , un’area di seimila ettari nel cuore del Salento, dove non è mai arrivato il turismo facile del mare (non ha spiagge) né il pubblico chic di trulli e masserie. Dove la coltura degli ulivi era stata dismessa perché poco competitiva e i piccoli municipi non avevano budget per puntare su altro.

Ma oggi, grazie a un gruppo di giovani architetti che dopo aver studiato “al Nord” sono tornati nelle loro terre, è cresciuto qualcosa di nuovo: viaggi legati all’ecologia, tra ostelli diffusi e nidi ecologici; una cooperativa (10 neo-agricoltori laureati) che ha l’obiettivo di rimettere in produzione gli uliveti alzando la qualità dell’olio; laboratori artistici e “musei a cielo aperto”; teatro, degustazioni, cori, concerti; cucina di ricerca con le erbe selvatiche. Insomma un accordo di lavoro, cultura e bellezza.

Come è stato possibile? «Tutto nasce nel 2003 a San Cassiano, comune  dell’entroterra salentino», racconta Alessandra Lupo, giornalista leccese e fondatrice del Lua – “ Laboratorio Urbano Aperto ” insieme a cinque architetti: «Ogni agosto organizzavamo una settimana di studi e ricerche fra campagna e centri storici, con architetti, sociologi, creativi, agronomi. L’obiettivo era riflettere sull’identità del territorio e sulle sue possibilità di rilancio».

Dalla discussione emerse «il rimorso per quelle maledette paludi», continua Alessandra: «Un’area estesa e abbandonata di uliveti» dove nell’ottocento sorgeva un bosco di querce, soppiantate per produrre olio “lampante”, da usare cioè per l’illuminazione urbana, poi come taglio per l’industria. Dalle discussioni estive nacque l’idea di un parco, per «strappare questo luogo all’oblio».

Il Parco diventò possibilità concreta nel 2011, quando un mix di fondi regionali e finanziamenti europei consegnò ai comuni sei milioni di euro, spesi per ristrutturare le piazze e realizzare 45 chilometri di strade poderali e piste ciclabili. Nati per unire villaggi e campagna, case ed uliveti, i percorsi attraversano l’area acquistata con 600mila euro presi da quegli stessi fondi per avviare la raccolta e la produzione di olio di qualità.

Poco dopo sono arrivati altre fonti, circa 115mila euro vinti attraverso il bando “Bollenti spiriti” della regione Pugliadedicato a giovani creativi under30, con cui è iniziata la prima vera e propria attività imprenditoriale del progetto: una rete di associazioni, radicate in cinque comuni (“l’ Unione delle Terre di Mezzo ”), che si occupano di gestire e rilanciare il Parco agricolo.

«Ognuno ha messo il suo contributo: chi si occupa di noleggiare bici per la mobilità lenta; chi di costruire itinerariartistici; chi ha investito sull’ospitalità diffusa, coinvolgendo i proprietari di seconde case sfitte; chi di realizzare ricettari con le erbe spontanee per valorizzare la biodiversità. E infine noi, che abbiamo avviato un progetto pilota per la conversione degliulivi».

A parlare è Giorgio Ruggeri, 27 anni, una laurea in comunicazione e un’abbronzatura da “neo-contadino”: «Potrei sembrare un pazzo, quando chiudo un comunicato stampa vado nei campi a zappare». Ma questa è proprio la forza del progetto: esser riusciti a coinvolgere un gruppo di giovani dalle capacità complementari, unendo lavoro e arte, raccolta e blogging, potatura e social media. «Non siamoagricoltori, quando serve chiediamo l’aiuto a tecnici, come a un biologo esterno, oppure a potatori professionisti, che stanno formando alcuni nostri coetanei», spiega Giorgio.

n questi anni hanno convinto dieci proprietari ad affidare loro gli appezzamenti non mantenuti in cambio di un po’ di olio: «È un azzardo, ma ci stanno dando fiducia. Vedono il nostro impegno», racconta: «Ad oggi stiamo sperimentando questa micro economia su 500 piante: molte non sono ancora a regime, serve tempo. Per questo sigliamo contratti da cinque o sette anni. E in tanti hanno iniziato a chiederci di prendere anche il loro terreno, ma ora dobbiamo concentrarci su quello che abbiamo», racconta Giorgio, che pochi giorni fa ha seguito uno dei tanti tavoli pugliesi sul problema della Xylella («per fortuna non è ancora arrivata nel Parco, sospettiamo solo di alcuni esemplari improduttivi»)

I vari percorsi sono intrecciati fra loro. In mezzo agli ulivi che ricominciano a essere potati e curati, sorgono ad esempio i “rifugi biodegradabili” costruiti con foglie e rami, abitabili nelle notti d’estate. «Abbiamo moltissime richieste!», racconta Alessandra: «Da poco abbiamo messo online il bando per il nuovo “nido” : vincerà il disegno migliore».


I rifugi sono anche oggetti d’arte, come le sculture dell’artista Dem che hanno coinvolto i ragazzi delle scuole e si trovano sparpagliate nel Parco: «Anche qui siamo riusciti a costruire questa galleria d’arte aperta e partecipata grazie a un finanziamento», continua: «150mila euro ricevuti dalla Fondazione Con il Sud, che ci ha permesso anche di realizzare un concorso letterario e un progetto di ricerca sui canti tradizionali, con un coro, a cui sono seguiti spettacoli, teatro e concerti».

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