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LA RESA DI EMANUELA LIA DOPO 22 ANNI DI COMA VIGILE. IL PADRE CESARE: “FAREMO UNA FONDAZIONE IN SUA MEMORIA”

Di Valerio Martella (www.unonessuno60milioni.wordpress.com)

A distanza di venticinque giorni dalla “resa” di Emanuela Lia, deceduta all’età di 44 anni dopo 22 passati in coma vigile, il padre, l’avvocato Cesare Lia, ex consigliere e assessore alla Regione Puglia, annuncia la nascita di una Fondazione dedicata alla figlia:”tra non molto daremo vita, per espressa volontà mia e della mia famiglia a una Fondazione in memoria di Emanuela, -annuncia Cesare–  per rafforzare e mettere in pratica l’idea che chi si trova in situazioni simili ha diritto di vivere e di essere assistito dalla propria famiglia”. Inoltre: “occorre studiare in modo approfondito il mondo delle cellule staminali”.

Cesare e la sua famiglia hanno battagliato in questi 22 anni insieme alla loro Emanuela, per mantenerla in vita con la concreta speranza di rivederla un giorno tornare alla normalità. Una speranza, per certi versi un sogno, che però si spegne lo scorso 24 maggio, quando dopo una serie di complicanze, Emanuela si arrende.

Tutto ebbe inizio quella maledetta notte del 31 dicembre del 1992, quando Emanuela, allora ventiduenne, si stava dirigendo verso una festa per salutare il nuovo anno in compagnia dei suoi amici e un grave incidente stradale, con l’auto che si schianta contro un albero, la ridusse in fin di vita.

Dopo sei mesi di ricovero nei reparti di rianimazione tra l’ospedale di Lecce e quello di Innsbruck, dove fu trasferita per un certo periodo per volontà della sua famiglia, Emanuela nelle stesse condizioni, tornò a casa, nella sua stanza a Tricase, nel basso salento.

Ad attenderla, senza farle mai mancare l’affetto e il calore, i suoi familiari, che nonostante la situazione disperata, non l’hanno mai abbandonata, ma anzi si sono fortemente sacrificati per farle vivere, seppur nelle sue pessime condizioni una vita ‘normale’.

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“I medici ci dissero in modo inequivocabile, che Emanuela sarebbe morta principalmente per via delle infezioni che sarebbero potute essere causate dal sondino dell’alimentazione – dichiara Cesare– a quel punto decidemmo di riportarla a casa e di occuparcene direttamente noi di nostra figlia, sia per sventare tale pericolo, ma anche perché, sono sempre stato convinto che stando in famiglia, lei avrebbe avvertito il nostro calore affettivo e sarebbe potuta migliorare e magari vivere la sua situazione in uno stato di quasi normalità”. 

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