Economia, Salute, Sanita'

LA RIFORMA DELL’ASSISTENZA TERRITORIALE

di Gianfranco Esposito

La pandemia ha fatto emergere una serie di emergenze di cui prima sottovalutavamo o ignoravamo la reale entità. Una, più di altre, si è imposta alla nostra attenzione, per la sua esiziale portata: l’emergenza sanitaria. Mancanza di posti letto di terapia intensiva, chiusura di molti reparti ospedalieri, blocco delle attività di diagnosi e cura, hanno fornito la prova della carente organizzazione, più o meno marcata tra i diversi territori regionali, dell’assistenza territoriale e domiciliare.

La pandemia da Covid-19 ha generato severi effetti sociali legati principalmente alla preoccupazione per la propria salute, alla percezione di non poter proteggere se stessi e i propri cari, al distanziamento sociale. Questo clima denso di timori e incertezze, con le sue ripercussioni particolarmente negative sulla salute degli anziani cronici e  delle persone non autosufficienti, ha alimentato anche un diffuso disagio psichico tra le categorie più fragili e vulnerabili, bisognose di interventi sanitari prolungati nel tempo.

L’emergenza ha dimostrato, ancora una volta, che le battaglie per la salute si fanno sì nei presidi ospedalieri, ma le sfide strategiche si vincono nei e con i servizi e i presidi territoriali dei distretti socio-sanitari.
Mai come in questo momento appare dunque necessario puntare sulla riorganizzazione e il potenziamento dei “servizi territoriali”, sviluppando un nuovo paradigma, non più fondato sul singolo paziente, la specifica patologia, la relativa prestazione specialistica, ma centrato sulla “persona” e sulla relazione tra la sua salute e l’ambiente in cui vive. Dando così realmente forma e sostanza al tanto celebrato welfare di comunità, che in numerosi territori della nostra provincia resta ancora un sogno da realizzare.

Il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR), un programma straordinario di riforme e investimenti di portata di medio periodo (2022-2026), ha previsto la costituzione, con i fondi europei, di una rete territoriale capillare formata da 1288 case di comunità, 375 ospedali di comunità, 602 centrali operative territoriali.

La Casa della Comunità (una ogni 20.000 abitanti) consentirà di potenziare e riorganizzare i servizi offerti sul territorio migliorandone la qualità. Questo presidio territoriale diventerà la casa delle cure primarie e lo strumento attraverso cui coordinare tutti i servizi offerti, in particolare ai malati cronici. In esso opererà un team multidisciplinare di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri di comunità, altri professionisti della salute e potrà ospitare anche assistenti sociali. Disporrà inoltre del punto unico di accesso alle prestazioni sanitarie, una centrale unica di prenotazione, un punto prelievi e la strumentazione polispecialistica finalizzata a costituire il punto di riferimento continuativo per la popolazione, anche attraverso una infrastruttura informatica.

A un livello intermedio tra l’assistenza a domicilio e quella in ospedale sorgeranno gli Ospedali di Comunità (dotato di 20 posti letto – 0,40 posti letto per mille abitanti), per ricoveri brevi a bassa intensità di cura, con una gestione assistenziale prevalentemente infermieristica. La figura chiave sarà l’infermiere di famiglia che, grazie alle sue conoscenze e competenze nel campo dell’assistenza primaria e della sanità pubblica, diventa il professionista responsabile dei processi infermieristici in famiglia e nella comunità. Oltre a contribuire a una maggiore appropriatezza delle cure e determinare una sostanziale riduzione di accessi impropri ad altre prestazioni (come quelli al pronto soccorso o ad altre strutture di ricovero ospedaliero), costituiranno un elemento di continuità ospedale-territorio per garantire il più possibile le cure a livello domiciliare.

E’ previsto inoltre il potenziamento del l’Assistenza domiciliare con un considerevole aumento del volume delle prestazioni rese in assistenza domiciliare integrata (Adi) fino a prendere in carico, entro la metà del 2026, il 10 percento della popolazione di età superiore ai 65 anni. L’obiettivo di raggiungere il 10 percento riguarda ogni regione italiana, nella consapevolezza che la situazione di partenza è molto differenziata e attualmente tale standard non è raggiunto da nessuna regione. Più assistenza domiciliare è fondamentale per fornire supporto alle persone con disabilità e ad altri gruppi svantaggiati. Infatti, solo attraverso l’integrazione dell’assistenza sanitaria domiciliare con interventi di tipo sociale si potrà realmente raggiungere la piena autonomia ed indipendenza della persona anziana/disabile presso la propria abitazione, riducendo il rischio di ricoveri inappropriati. L’investimento mira a identificare un modello condiviso per l’erogazione delle cure domiciliari che sfrutti al meglio le possibilità offerte dalle nuove tecnologie (come la telemedicina, la domotica, la digitalizzazione).

Verrà attivata inoltre una Centrale Operativa Territoriale (COT), una in ogni distretto, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari, di raccordo tra i diversi servizi e soggetti coinvolti nel processo assistenziale, dalle case della comunità e gli ospedali di comunità, ai centri di assistenza domiciliare e centri per la prevenzione, ai centri di salute mentale, consultori e centri veterinari, utilizzando la telemedicina, la televisita e il telemonitoraggio.

Risulta evidente come la presa in carico della salute e dei bisogni sociosanitari della persona implichi un approccio globale, più vicino alle famiglie e alle comunità, facendo uso di tecnologie moderne e di facile utilizzo e di informazioni largamente condivise e accessibili agli operatori, fino a giungere a strumenti di gestione molto avanzati come l’intelligenza artificiale. Nell’ambito della costruzione di questa nuova rete, particolare rilevanza sarà assunta poi dall’istituzione di Residenze Sanitarie Assistenziali di nuova concezione, che si discostino completamente dai vecchi modelli, la cui fragilità e obsolescenza sono state messe ampiamente in luce durante l’emergenza pandemica. Come pure si dovranno incentivare nuove soluzioni di tipo “abitativo-protetto”, mutuando iniziative diffuse in diversi Paesi europei. Piccole abitazioni che usufruiscono di servizi collettivi e che, in stretto raccordo con i nodi di cura territoriali, tutelano l’autonomia di pazienti evitando il più possibile lo stato di istituzionalizzazione.

Questa rete saldamente connessa, che dovrà essere implementata improrogabilmente entro il 2026, si propone principalmente lo scopo di ottimizzare la qualità dei servizi, migliorando la qualità della vita di tutte le persone. Il PNRR definisce il welfare che si vuole sviluppare come comunitario e denomina come comunitari una serie di strutture e servizi (Case della comunità, Ospedali di comunità, ecc.). Se assunto con serietà il termine comunitario ha implicazioni non solo su localizzazioni o accessibilità o spazi comuni, ma – come opportunamente ha fatto notare a proposito Emanuele Ranci Ortigosa, un rinomato esperto di politiche sociali e sanitarie, “soprattutto sui contenuti delle politiche, sul sistema organizzativo e lo stile della gestione e della relazionalità, sulle professionalità che i livelli di governo, i diversi centri operativi e i sistemi territoriali nel loro insieme dovrebbe perseguire e gradualmente acquisire”. Infatti, avrebbe poco senso parlare di welfare comunitario e di servizi della comunità senza assumere e praticare un’ottica di coprogrammazione, coprogettazione e di co-attuazione ormai legittimate anche in termini normativi, che richiedono contestualmente un’integrazione forte istituzionale, organizzativa e operativa.

Il potenziamento dell’assistenza territoriale, con l’adozione di un modello organizzativo fondato sull’assistenza di prossimità, costituisce un obiettivo strategico di grande portata che implica, però, il rilancio dei Distretti sanitari a forte connotazione integrata nei sistemi sociosanitari. Ma è proprio questa la principale debolezza del sistema sanitario salentino. Sociale e sanitario corrono ancora lungo due linee parallele che stentano ad incrociarsi e a fare sistema, in una realtà dove le domande multidimensionali di aiuto rendono il confine tra l’intervento sociale e quello sanitario sempre più incerto. Oggi disponiamo dei presupposti per un cambiamento significativo. Sapremo approfittare di questa opportunità? Sapremo affrontare questa grande sfida?

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