Agricoltura

LA XYLELLA FASTIDIOSA CHE UCCIDE GLI ULIVI IN PUGLIA.

Bellissimo reportage sulla moria degli ulivi in Salento ad opera del giornalista e blogger Daniele Rielli, in arte Quit the Doner e pubblicato sul sito Internazionale.it. Una fotografia della situazione sociale, prima ancora che economica, drammatica che stiamo vivendo qui in Salento. Assolutamente da leggere.

“Ho attraversato il Salento in lungo e in largo indagando sull’epidemia di Xylella che sta colpendo gli ulivi, ho parlato con ricercatori, imprenditori, contadini, istituzioni e persino Al Bano e alla fine ho raggiunto alcune certezze: la prima è che la situazione è gravissima, la seconda è che la maggior parte della copertura mediatica della vicenda è surreale.
Mentre una delle più grandi emergenze fitosanitarie della recente storia europea sta uccidendo l’ulivo, simbolo della cultura mediterranea e fondamento di larga parte dell’economia salentina, santoni, imbonitori e complottisti non sono mai stati così in forma”. (Daniele Rielli – Quit the doner -).

 

Il giorno seguente raggiungo Giulio Sparascio, il presidente della più importante associazione degli agriturismi salentini, nella sua tenuta sulla strada che da Tricase porta al mare. “Hai visto il giornale?”, chiede. Poi appoggia sul cofano della sua vecchia Audi la doppia paginata con la cartina del Grande Salento divisa in quattro dal piano Silletti, e infine scuote la testa costernato.

Sparascio è anche uno dei circa mille produttori che per via dei trattamenti obbligatori rischiano di perdere la certificazione biologica, un documento che richiede almeno tre anni di pratiche agricole senza l’uso di pesticidi e una serie lunga e complicata di altre misure, tra cui l’uso di linee dedicate per la spremitura delle olive. Perderla non è solo un problema per il tipo di operazione culturale che questo tipo di aziende prova spesso ad affiancare a quella produttiva, ma prima di tutto un danno economico che rischia di mettere in ginocchio un settore altrimenti in rapida crescita.

Il Salento è stato per anni, nella storia dell’olivicoltura, terra di produzione di olio lampante, di scarsa qualità, perché in quel tempo le olive venivano lasciate a lungo a terra e per questo inacidivano. Certo nemmeno allora tutta la produzione era di questo tipo, se è vero che Caterina di Russia si riforniva di olio a Gallipoli, ma nella larga parte dei casi la situazione era questa.

Negli ultimi due decenni le cose hanno incominciato a cambiare e accanto a quella del lampante si è sviluppata anche una produzione di qualità, un nuovo patrimonio, non solo bio, che ora rischia di scomparire, come tutto il resto.

Per un cultore delle lingue spontanee come me Sparascio parla un italiano interessante, mischia termini dialettali a quelle parole tipiche del mondo dello slow food, per esempio usa espressioni come “patto città-campagna”, ma sarà che siamo seduti fra i suoi ulivi in una mattinata di sole cristallino, sarà che è bravo lui, però stranamente non suonano artefatte.

“Senti in Salento ci sono 94mila ettari di ulivi, li vogliono irrorare tutti. Comu cazzu faci?”. La coltivazione dell’ulivo occupa il 60 per cento del territorio salentino, il che, per dirla come la spiegherei a mia nipote, significa che se qualcuno vi lanciasse dallo spazio sulla provincia di Lecce, avreste più di una probabilità su due di schiantarvi su un ulivo.

Una monocoltura del genere ovviamente aggrava un’epidemia come quella di xylella, specie se affiancata all’altra caratteristica: la piccola dimensione dei fondi. Nella provincia di Lecce ci sono circa diecimila aziende e 90mila proprietari di ulivi, l’azienda media è molto piccola – di solito di 1,2 ettari – mentre moltissime proprietà che non costituiscono azienda sono composte di poche decine di ulivi.

Monocoltura significa non solo continuità territoriale ma anche che gli ulivi fanno parte dell’economia domestica di tantissime persone per la sola produzione di olio per uso casalingo. Esattamente come accade nella mia famiglia, decine di migliaia di persone in Salento non producono olio per terzi ma solo per sé, macinando le proprie olive nei frantoi dei grossi produttori e delle cooperative.

La parcellizzazione del territorio è l’eredità di un’età di abbandono delle campagne a cui non sempre è seguita una cessione delle proprietà e una formazione sistematica di latifondi. Questo ha mantenuto l’ulivo al centro della cultura e della società salentina; ma ora i campi, che non producendo reddito non possono contare sui fondi necessari alla loro manutenzione, rischiano di essere un fattore di diffusione dell’epidemia. Per questo si fa un gran parlare di quelle che in gergo si chiamano “buone pratiche agricole”, altro termine che suona come lessico da assemblea con Latouche, ma che il dibattito su xylella ha sdoganato e fatto diventare mainstream. In un italiano un po’ meno fighetto significa: curare i propri campi.

Sparascio non ha dubbi che questa sia l’unica soluzione, anche se gli studiosi, e il piano del commissario, dicono che le cure sono necessarie, ma non sufficienti. Per quanto riguarda i fitofarmaci, il report dell’Efsa ricorda (a pagina 65) che in tutto il mondo non esiste alcun esempio di operazione di contenimento della xylella che abbia avuto un qualche successo senza farne uso.

Sparascio non li vorrebbe, dice che al loro posto si potrebbero provare altri mezzi, come oli vegetali fatti con le arance acerbe. Il punto, comunque, è che in assenza di cura tutto quello che si può fare è combattere il vettore per rallentare l’epidemia, e questo fa venire il dubbio strisciante che in fondo siamo di fronte a cure palliative.
“E a questo punto io potrei pure dire, se fra dieci anni non ci saranno più ulivi, meglio un deserto che un deserto avvelenato da anni di trattamenti inutili, no?”. Poi aggiunge: “Mi chiama gente dal nord che l’estate viene qui per sapere se stiamo spargendo veleni”.

Questo non è l’unico problema per i turisti, alle prese nelle loro case lontane con un flusso d’informazioni in cui spesso il tono scandalistico sovrasta il senso. Tanto vale quindi metterlo qui nero su bianco: la xylella non è un batterio in grado di colpire gli esseri umani. Chi si reca in Salento da questo punto di vista non corre alcun rischio. Nella bufera mediatica c’è bisogno di specificare anche l’ovvio.

Sul quotidiano accanto alla cartina c’è anche l’annuncio della processione con i vescovi, e Giulio commenta: “Questa processione è la testimonianza del fallimento dell’uomo. Quando si fallisce ci si rivolge a Dio”. Beviamo un caffè poi ce ne stiamo per un po’ seduti in silenzio a guardare la distesa dei suoi ulivi, placidi sotto il sole primaverile; un panorama che, a proposito di dio, è una delle migliori approssimazioni al paradiso che abbia mai incontrato camminando su questa terra. Un paradiso però con il nemico alle porte, assediato da un batterio microscopico e incurabile venuto dall’altra parte del mondo e diffuso da cicalelle che fino all’altro giorno erano l’emblema di quella natura un po’ fastidiosa ma assolutamente irrilevante se confrontata con i poteri dei bipedi umani.

Un attacco strano e inaspettato che ha tutte le sembianze del colpo sotto la cintura, al di fuori delle regole, regole però che a guardarle bene forse non erano altro che la nostra abitudine all’ottimismo. In altre parole che il mondo globale possa arrivare in un luogo idilliaco come questo, minacciarne la bellezza e l’equilibrio è una di quelle cose che, probabilmente sbagliando per eccesso di comodità, non ci aspettiamo. Il mondo aperto al di là delle iconografie da pubblicità degli anni novanta è un mondo di opportunità tanto quanto di rischi. Sparascio sospira un paio di volte “proprio mo’ non ci voleva” e sento che non parla solo per sé ma per tutti quelli come lui che hanno creduto a un certo modo di rapportarsi alla terra e ora di fronte all’arrivo della peste vedono minacciati i loro sforzi e la loro voglia di creare qualcosa di bello. Resto lì un altro po’ fra questi ulivi che nessuno reputa ufficialmente in grado di morire ma che muoiono uno dopo l’altro, poi gli stringo la mano, lo ringrazio e me ne vado. Tutto questo paradiso minacciato è un po’ troppo per me.

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Daniele Rielli (Quit the Doner) ha pubblicato Quitaly, raccolta di reportage per Indiana Editore, e tornerà in libreria il 21 maggio con il suo primo romanzo edito da Bompiani.

 

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