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Ambiente, Economia, Societa'

L’ULTIMA FRONTIERA DELL’ACQUA

di Alfredo De Giuseppe

La storiella dell’acqua pubblica e dell’acqua privata è davvero paradigmatica dell’epoca che stiamo vivendo sotto l’aspetto economico, sociale e politico.
Andiamo con ordine: nel 2009 il ministro Ronchi del governo Berlusconi presenta un disegno di legge che prevedeva per la prima volta l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua pubblica, quella dei rubinetti per intenderci. Sembrò a quasi tutti noi che si volesse creare una logica di profitto anche su beni inalienabili come possono essere l’aria e l’acqua. Come avviene da decenni siamo disponibili a pagare i costi di trasporto e manutenzione dell’acqua, sottraendoci però al pericolo di una gestione pericolosamente privata. C’è da aggiungere che negli ultimi decenni, come tutte le cose gestite da enti pubblici, in queste società si addensavano perdite colossali, corruzione, e tutti i difetti che ben conosciamo, specie quando risultano associati a interessi politici/elettoralistici. Quindi nascono dei movimenti per la difesa dell’acqua come bene pubblico, si arriva al referendum del giugno 2011: si reca alle urne il 56% degli elettori che bocciano il decreto con una percentuale pari al 95%. Va ricordato che tutti i partiti allora in Parlamento presero le distanze dal referendum, nella speranza dell’astensione di massa.

Con la solita e silenziosa procedura parlamentare cominciano a piovere disegni di legge che con altre parole, con altri aggettivi (la lingua italiana è perfetta per camuffare una legge) mirano a reintrodurre il concetto di fondo che il referendum aveva bocciato: la privatizzazione dell’acqua. Questo succede all’interno del dibattitto su una legge che dal 2011 ad oggi sta cercando di formulare un quadro normativo che regoli il settore in funzione del risultato del referendum. Prova ad ostacoli che risente delle operazioni lobbistiche, delle forzature di soggetti terzi, da sempre interessati all’affare acqua. Ad esempio il PD presenta un emendamento alla legge in discussione per rendere la gestione pubblica del servizio idrico non più obbligatoria ma “prioritaria”.

Potenza di un aggettivo, ne basta uno solo, per modificare la volontà popolare, perché in definitiva il concetto di “prioritario” è facilmente aggirabile con esigenze di tutti i tipi. La discussione di codicilli e vari è ancora in corso e probabilmente ne verrà fuori la solita legge che enuncia principi grandiosi e poi lascia aperte tutte le possibili soluzioni. In ogni caso l’acqua sarà un bene pubblico, ma il suo trasporto, il complesso della sua gestione potrà essere affidata a terzi, con risultati che saranno sotto gli occhi di tutti: una disparità assurda per un bene primario fra regione e regione, fra Comuni ed enti diversi, una giungla che porterà inefficienze e ingiustizie. Non c’è più il coraggio di normare almeno per tutta l’Italia con un unico regolamento un bene considerato dalle Nazioni Unite come inalienabile per ogni singolo uomo della terra.

Del resto, se posso azzardare un esempio, il petrolio e il gas sono dei beni insiti nel pianeta Terra: ben diversa sarebbe stata la recente storia dell’uomo se anche i beni fossili fossero stati considerati dai legislatori di tutto il mondo patrimonio comune e non prodotti di sfruttamento per pochi soggetti privati. Oggi forse sul nostro pianeta avremmo meno disparità, più giustizia sociale e meno guerre. Anche l’acqua si presta a questa nuova visione spartitoria e non è un caso che in Italia i soggetti maggiormente interessati all’affare siano società già da tempo quotate in borsa come ACEA, HERA, A2A, ENI.

Che succederà quando l’acqua in linea di principio sarà di tutti, ma i tubi saranno di pochi? È un problema serio che dovrebbe essere affrontato in maniera tecnica e approfondita, lasciando confinate ai margini le ben note valutazioni demagogiche del momento. Sarebbe il caso di ritrovare i movimenti spontanei del 2011, farsi risentire e creare una proposta che vada nel senso delle decine di Forum mondiali tenuti sotto l’egida dell’ONU le cui conclusioni sono sempre le stesse: 1) esclusione dell’acqua dalle leggi di mercato come imposto dall’OMC, TLC e dagli altri accordi internazionali sul commercio e investimenti; 2) riscattare e promuovere la gestione pubblica, sociale, comunitaria e integrale dell’acqua; 3) ritenere come illegittime tutte le richieste di profitto e indennizzazione delle società di gestione e delle multinazionali.

L’acqua, l’elemento che ha dato vita alla nostra Terra, il composto chimico più romantico che la natura abbia mai creato e, per dirla con le parole di Melville in Moby Dick, “come ciascuno sa, la meditazione e l’acqua sono sempre congiunte…Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé? Certo tutto questo non è significato da poco. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto”

Alfredo De Giuseppe

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