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Agricoltura, Andrano, Castiglione, Notte Verde, Salento

RIVITALIZZARE I PASCOLI IN AREE PROTETTE, PIU’ PECORE E CAPRE, MENO INCENDI E DEGRADO.

AL VIA L’IMPEGNO A RIVITALIZZARE I PASCOLI IN AREA PARCO- I DATI. Preludi Notte Verde, Martedì 29 agosto h 20, Castiglione d’Otranto

CASTIGLIONE – La nuova pastorizia come fronte irrinunciabile dell’ecologia nel Salento, a presidio delle terre, contro il rischio incendi e degrado. La rivitalizzazione dei pascoli in aree protette è l’impegno a cui si darà il via questa sera, a Castiglione d’Otranto, durante la seconda serata di preludi alla Notte Verde del 31 agosto, organizzata da Casa delle Agriculture Tullia e Gino e Rete SalentoKm0 con il patrocinio del Comune di Andrano.

Da un lato la reintroduzione di razze autoctone in via d’estinzione, dall’altro la formazione della figura del nuovo pastore, mestiere antico di cui nel Salento restano rari esempi. Viaggia su questo doppio binario la riflessione che sarà fatta martedì 29 agosto. Si comincia con laboratori pratici a tema, a partire dalle ore 20 nella ex scuola elementare di via don Sturzo: quello di tecniche casearie, a cura dell’azienda agricola Sciacuddri, e quello di apicoltura responsabile e di smielatura per bambini di tutte le età, a cura di Cooperativa Sociale Terrarossa. Poi, alle 21, in piazza della Libertà, il dialogo su “Pastorizia, agroecologia e paesaggio” con Fernando Garcia-Dory (Artista, agroecologo, ricercatore all’Institute of Sociology and Peasant Students-Olanda e fondatore del collettivo In Land / Campo Adentro) e Francesco Minonne (Direttore scientifico del Parco Naturale Regionale Costa Otranto- S.Maria di Leuca e della Notte Verde).

Pascoli nel Salento, cosa resta?

Un patrimonio immenso, supertutelato ma per niente valorizzato. Questo resta dei pascoli leccesi. Solo all’interno del Parco regionale Otranto-S.M.di Leuca-Bosco di Tricase, le substeppe, che coincidono con i vecchi pascoli, coprono una superficie pari a 1.067 ettari, il 33 per cento della superficie dell’area protetta. Al di là della zona otrantina, dove si contano circa dieci grossi greggi, per il resto quasi nulla.

Un cortocircuito forte: proprio le aree pascolo sono considerate dal Pptr, il Piano paesaggistico territoriale regionale, habitat prioritari in area parco, tutelati più dei boschi di lecci e della macchia mediterranea, tanto che è imposto che le superfici destinate al pascolo non possano essere ridotte a scapito di altre attività. Inoltre, sono tutelati anche i pascoli interclusi ricadenti nei centri abitati.  

Ciò che manca, tuttavia, sono i pastori. La loro azione è chiave di volta nel presidio del territorio, ma anche per la reintroduzione di biodiversità a rischio estinzione. Le specie animali autoctone della bassa Puglia minacciate di scomparsa sono soprattutto la pecora moscia leccese, la capra ionica, l’asino di Martina Franca e la mucca podolica.

Già nel 2007, dieci anni fa, il Ministero dell’Agricoltura, nel suo Elenco delle razze minacciate, aveva lanciato l’allarme: si registravano appena 808 capi di femmine riproduttrici per la pecora moscia leccese e 731 per la capra ionica. La situazione è via via peggiorata, anche a causa, come ha avuto modo di denunciare Slow Food, delle politiche attuate dagli organi preposti alla zootecnia regionale: la pecora moscia «negli ultimi due decenni è stata incrociata con esemplari di razza bergamasca e comisana. Se ne sono ottenute popolazioni estremamente diversificate, con l’unico risultato di condurre quasi all’estinzione la razza leccese».

Perché è necessario puntare sui pascoli nel Salento?

«Senza il pascolo, c’è il degrado. Questo dev’essere chiaro – dice Francesco Minonne, direttore del Parco regionale Otranto-Leuca – perché  questi habitat  si evolvono verso un ambiente arbustivo, ma, siccome comunque l’uomo lo vive, abbandonare i pascoli significa abbandonare quei terreni, che così sono sempre più preda di incendi. Le aree parco hanno l’obbligo di prevedere piani di gestione per ogni habitat e il pascolo è tra quelli più sostenibili: non è solo un valido elemento di reddito, ma un elemento di gestione, per mantenere stabili quegli ecosistemi. Non a caso, infatti, il pascolo è direttamente collegato alla presenza di rapaci, rettili, insetti e alla biodiversità di intere classi faunistiche».

Dunque, che fare? La proposta è chiara: «favorire comodati d’uso, agevolare la nascita di giovani cooperative, prevedere il finanziamento pubblico di piccoli greggi. Più che valorizzare il prodotto sul mercato – spiega Minonne – il problema è produrlo, aumentare il numero di pastori, formarli anche in chiave più moderna. Quello che manca è il supporto pubblico ad attività specifiche sul pascolo. E questo è spunto essenziale anche per le politiche della Regione Puglia».

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