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RUBRICA UNA PAROLA AL GIORNO “ABOLIRE”

Abolire

a-bo-lì-re (io a-bo-lì-sco)

Cancellare una norma, una consuetudine, un’istituzione; eliminare distruggere, ridurre a niente

dal latino abolere ‘cancellare, distruggere’, forma più tarda di abolescere ‘perire, spengersi’, di etimo incerto.

In questa parola, che specie in questi tempi di campagna elettorale ci echeggia nell’orecchio, possiamo osservare un fenomeno ricorrente, che ne coinvolge i significati. Quando, in una medesima parola, un uso diventa smaccatamente preponderante sugli altri, talvolta contribuisce a farci sembrare questi ultimi sempre più strani: li usiamo meno, e la parola si impoverisce.

Abolire. In questo verbo tendenzialmente, con un atto di volontà forte, con un atto d’autorità, si cancella qualcosa (norme, pratiche) che è stato istituito o che esiste per consuetudine. La matrice è giuridica. Si promette di abolire una legge impopolare, si festeggia la ricorrenza di quando fu abolita la pena di morte, si abolisce l’ente inutile; così come, con una sfumatura che accarezza il rinunciare, il medico ci impone di abolire il consumo di alcolici, e ci ripromettiamo di abolire certe parole sconvenienti dal nostro vocabolario – almeno in pubblico.

Ma prima di questi significati specifici, che ci sono consueti, l’abolire ha un significato più generale, ossia quello di ridurre a niente, di spengere, di distruggere. Ad esempio cambiando casa aboliamo un ricordo doloroso, la prova lampante abolisce ogni dubbio, la giusta compagnia abolisce il senso normale del passare del tempo, e alla fine della giornata sfiancante mi abolisco nella lettura. In questi sensi all’abolire manca quel tratto di diretta volontà con cui lo conosciamo solitamente, e si emancipa dal solito riferimento a regole, pratiche e istituzioni. Riprende il suo massimo respiro: torna un vasto annichilire, e ritrova quel genere di cui l’abolire che leggiamo sui giornali è solo una specie.

E poi usare una parola in maniera insolita colpisce sempre.

Fonte notizia: unaparolaalgiorno.it

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