Cultura, Europa, Tricase Porto

STORIE DI RETI, RIZZARI, E LAMPARE. L’ORGOGLIO DEI PESCATORI DEL SALENTO CONTRO LE REGOLE UE

In mare aperto il tempo scorre in maniera totalmente diversa rispetto alla terra.

Forse è per questo che Antonio si dimentica del nostro appuntamento e, in un pomeriggio di metà luglio, mi fa aspettare un’ora e mezzo al porto di Castro. “Scusa ma adesso sono in mezzo alle sirene, tra poco sarò da te” mi dice tranquillo al telefono. Per lui stare “in mezzo alle sirene” vuol dire pescare.

Lo fa per passione con l’antico metodo del palangaro che, insieme al tramaglio, è la tecnica tipica dei piccoli pescatori.

Si tratta di una lunga lenza di grosso diametro sul quale sono legate, ad intervalli regolari, delle altre lenze più piccole che terminano con gli ami.
La lenza portante è tenuta tesa da galleggianti alle base dei quali sono legati dei pesi. Orate, spigole, saraghi sono le prede più pregiate di questa tecnica.

Quando finalmente ritorna dalla battuta di pesca, ci sediamo ai tavoli di un chiosco nel porto.

Quello di Castro è un piccolo porto, ma molto vivo: lussuosi yacht e sgarrupate barchette fanno parte dello stesso quadro. Da un lato c’è lo “Zio Fester”, 16 metri e lussuose rifiniture, dall’altro c’è “Caronte”, cinque metri e vernice consumata sui fianchi.

Ma se la vita di chi possiede un bel motoscafo è immaginabile, come se la passa invece un piccolo pescatore? Sono qui per questo: capire quali storie nascondono “Caronte” o “Maestrale”. “La maggior parte di queste barche sono di pescatori in pensione – racconta Antonio – escono in mare per cercare di arrotondare. Di giovani se ne vedono pochi”. Poi aggiunge, con un certo orgoglio, che la settimana prossima verrà a trovarlo un famoso attore: “Viene a Castro per due o tre giorni, in gran segreto. Mi chiama e io lo porto a pesca con me. Viene soprattutto per questo, la pesca e il mare lo rilassano”. Le parole di Antonio si rivelano da subito una sintesi efficace della condizione in cui si trova la piccola pesca nel Salento. Da un lato la crisi di un mestiere che sta morendo di vecchiaia, dall’altro il tentativo di reinventarlo, inserendolo nell’offerta turistica. È così che l’estate è diventata per la gente come Antonio, una vitale boccata di ossigeno. Ma, passato il periodo delle ferie (degli altri), ritornano i problemi. Nei piccoli borghi costieri del Salento il declino della pesca come mestiere sta incidendo in maniera fortissima sull’identità dei luoghi e delle persone, modificando abitudini e prospettive di vita di intere famiglie.

In un caldo pomeriggio di fine luglio ho appuntamento a Tricase Porto con Mario Ruberto, presidente dell’associazione “Libeccio”, con Antonio, pescatore in pensione, e con suo figlio Massimo. Antonio ha capelli bianchi, fitte rughe sul volto bruciato dal sole e piccoli occhi azzurri. Non mi dà neanche il tempo di rivolgergli una domanda: “Il pesce non c’è più. I pescherecci con le reti a strascico non ci hanno lasciato niente. Si avvicinano sotto costa e distruggono i fondali dove ci sono le uova. Il piccolo pescatore è finito”.

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