Cronaca, Salento

TAURISANO: UCCISE IL FIGLIO – PARZIALMENTE ANNULLATA LA SENTENZA A 30 ANNI DI CARCERE.

E’ stata parzialmente annullata con rinvio ad un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello (sezione diversa sempre a Lecce) la sentenza a trent’anni di carcere inflitta in primo e in secondo grado nei confronti di Gianpiero Mele, 27enne originario di Taurisano, accusato dell’omicidio del figlioletto di due anni, assassinato il 30 giugno del 2010.

E’ la sentenza emessa in serata dai giudici della prima sezione della Cassazione che hanno così parzialmente accolto il ricorso presentato dagli avvocati difensori Angelo Pallara, Gabriella Mastrolia e Carlo Federico Grosso, uno dei più noti penalisti nel panorama nazionale nonchè professore ordinario di diritto penale nell’Università di Torino. Gli ermellini hanno confermato la sentenza d’appello per quanto riguarda l’imputabilità e la responsabilità di Mele (che era poi il perno del ricorso della difesa) e hanno annullato in punto di aggravante i motivi abbietti e il riconoscimento delle attenuanti generiche. E su questo dovrà ora pronunciarsi un nuovo collegio di giudici. Sono state anche confermate le provvisionali in favore della mamma di Stefano e dei nonni del bambino che si erano costituiti parte civile con gli avvocati Alessandro Stomeo e Salvatore Centonze. mentre il risarcimento danni verrà quantificato in separata sede.

Un processo che sembrava ormai giunto al capolinea e sul quale si attendeva il sigillo della Cassazione viene così parzialmente riaperto dagli ermellini. E una eventuale revisione delle carte processuali era stata avanzata dallo stesso collegio difensivo che ha sempre sostenuto, forte di una perizia di parte redatta dal dottore Serafino De Giorgi, che il 26enne fosse incapace di intendere e di volere.

Ma davanti agli ermellini il processo è stato discusso solo nel merito. Un omicidio, da quanto emerso nel corso dei due gradi di giudizio, che il giovane padre avrebbe organizzato lucidamente mettendo in atto un piano diabolico.

Era il 30 agosto di quattro anni fa e una cappa di caldo avvolgeva già da giorni il Salento. Mele acquistò una corda da un negozio di ferramenta nelle immediate vicinanze della sua abitazione alla periferia di Torre San Giovanni, marina di Ugento.

Legò il figlio e cercò di impiccarlo per poi tagliargli la gola con un taglierino. Il giovane padre, subito dopo l’infanticidio, tentò anche di togliersi la vita tagliandosi le vene del polso sinistro ma si salvò. Venne arrestato con un’indagine lampo con la tremenda accusa di omicidio volontario con le aggravanti di aver agito con crudeltà, premeditazione, per futili motivi e nei confronti di suo figlio.

Inevitabilmente la tragedia provocò un forte turbamento in una piccola comunità gettando nello sconforto due famiglie: quella del giovane padre e della moglie, originaria di Surbo. Non fu facile dare un senso e un perché ad un’azione così efferata. L’ipotesi più plausibile e che Mele abbia sfogato la propria frustrazione dettata dal timore di essere lasciato dalla moglie sul corpo indifeso del figlioletto.

Nel corso del processo – in primo grado celebratosi in abbreviato – l’ipotesi che il padre omicida non fosse nelle condizioni di intendere e di volere è stata puntualmente confutata dalla consulenza dei periti del Tribunale che stabilirono come Mele fosse nel pieno delle proprie capacità al momento del delitto.

E sia in primo che in secondo grado il giovane venne condannato a 30 anni di reclusione. Di sicuro la decisione della Cassazione potrebbe aprire un dibattito anche alla luce degli ultimi infanticidi che si sono susseguiti con una cadenza disarmante in tutta Italia.

Francesco Oliva – Corrieresalentino

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