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Cultura, Solidarieta', Tricase

TRICASE E SOMALIA PER UN MONDO SENZA CONFINI

di Elisabetta Musaro’

TRICASE – Il 20 marzo a Tricase, nelle scuderie di Palazzo Gallone, due mondi si sono incontrati. Anzi, due parti di mondo, dello stesso mondo. Un incontro tra chi è disposto a raccontarsi e chi è disposto ad ascoltare e questo è già un grande atto di amore, un grande messaggio di speranza, di apertura, di dialogo.

Cristiani e pagani, ebrei ed ariani, bianchi e neri sono solo alcune delle categorie succedutesi nella storia, perché l’uomo ha sempre avuto bisogno di un nemico, che si è sempre identificato con “l’altro”, con la categoria che non gli appartiene. Oggi, la grande minaccia sono gli immigrati. E per essere un immigrato basta veramente poco: nella maggior parte dei casi la pelle scura, una lingua e una religione diverse.

Categorizzare è già di per sé un grande errore ed un grosso limite, farlo nella maniera sbagliata è anche peggio. Perché quando ci troviamo di fronte a qualcuno che parla una lingua diversa dalla nostra, che crede in un dio diverso dal nostro, che ha la pelle di un colore diverso scatta un meccanismo di difesa che non ha nessun motivo di esistere? Semplicemente perché queste persone ci dimostrano che la naturalezza del nostro ordine sociale è in realtà artificiale, convenzionale e che il mondo potrebbe essere diverso da come è e da quello a cui noi siamo abituati.  E allora giustifichiamo tutti i nostri assurdi pregiudizi e stereotipi con lezioni di diritto internazionale, di politica, di storia che pieghiamo a  vantaggio delle nostre tesi, tutti diventiamo esperti di Unione Europea, tutti conosciamo milioni di leggi e trattati. E dimentichiamo così un passaggio tanto fondamentale quanto scomodo: prima di essere italiani, somali, pakistani, eritrei, siriani siamo persone, uomini, donne, bambini, ragazzi, con una storia, una famiglia, un lavoro, un vissuto ed un futuro.

Ed Arci Lecce ha cercato di porre l’attenzione proprio su questo, sulle persone, in un pomeriggio dedicato ad Ilaria Alpi, giornalista uccisa in Somalia.

Dopo il saluto di Anna Caputo (Presidente di Arci Lecce), di Roberto Molentino (operatore di Arci Lecce) e di due docenti dell’Università del Salento intervenuti per dare un quadro generale sulle condizioni in cui versa la Somalia attualmente, ragazzi somali, beneficiari dei progetti SPRAR, che oggi vivono insieme a noi, qui a Tricase, si sono raccontati con non poche difficoltà e dimostrando tutta la loro riconoscenza verso un paese che li ha accolti e li fa sentire al sicuro.

Awil, arrivato a maggio del 2017, racconta della morte della madre, della sua volontà di aiutare una famiglia che vive al di sotto della soglia di povertà che invece ha preferito che fosse il figlio a salvarsi, spingendolo in questo modo a scappare. Adriano coglie l’occasione per ringraziare questo Paese che lo ospita. Munir, un’altra delle tre testimonianze, racconta di essere arrivato qui a giugno del 2016, di essere sposato e di avere un figlio di un anno e mezzo, è un giornalista, ma sottolinea come fare informazione in Somalia sia molto difficile a causa delle persecuzioni da parte di gruppi criminali. Ha solo un sogno: passeggiare a Tricase con la sua famiglia, liberi dalla violenza.

 

Un sogno lontano da quello di molti di noi. Perchè i nostri sogni possono permettersi di partire da conquiste, certezze, per noi banali, dimenticate, mai vissute: la libertà, l’istruzione, la pace, una casa, una famiglia sono sicurezze che diamo ormai per scontate e di cui non abbiamo nessun merito, semmai solo la fortuna di essere nati in questa parte di mondo, che è un puro caso. E le storie di Munir, Awil, Adriano e di molti altri danno tanto da riflettere, lasciano l’amaro in bocca e ci insegnano che giudicare dall’alto della nostra vita comoda chi ha rischiato la propria vita, chi ha abbandonato il proprio Paese, la propria famiglia, chi si ritrova a 17 anni, 30 anni o 50 anni a rimettersi in gioco e costruire una vita degna di essere vissuta in un Paese che non è il loro e che spesso, troppo spesso, li giudica, è da vigliacchi, da ignoranti e non è umano.

Quando formuliamo i nostri giudizi autointeressati ed emaniamo le nostre sentenze che ci sentiamo sempre in diritto di esprimere, ignoriamo quali siano le origini di questi uomini e di queste donne, se hanno una madre, un padre, dei fratelli, delle sorelle, dei figli, qual è il loro hobby, la loro musica preferita, cosa hanno provato abbandonando la loro casa, quanto sentono la mancanza della loro famiglia, se noi possiamo fare qualcosa per colmarla questa mancanza e per aiutarli in questa grande sfida che abbiamo la fortuna di non dover affrontare. Perché prima di essere dei numeri che incrementano i dati degli sbarchi di stranieri in Italia o, peggio, l’ammontare delle morti in mare, sono persone. E se ognuno di noi lo ricordasse, forse questo mondo avrebbe spazio per tutti e annulleremmo tutti i confini e i limiti che esistono, prima di tutto, nelle nostre teste.

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